La Chiesa dopo l’affaire preti pedofili

LA CHIESA DOPO L’AFFAIRE PRETI PEDOFILI

 Domenico Pizzuti

 Il venire alla luce  in alcuni paesi del c.d. occidente cristiano al di qua e al di là dell’Atlantico di casi  (non nuovi) di abusi di minori da parte di ecclesiastici e religiosi – per lungo tempo coperti per evitare scandali – ferisce la coscienza umana e cristiana, indigna, chiede condanna  e riparazione da parte dell’opinione pubblica  e porta i responsabili delle violenze sui banchi dei tribunali civili prima che ecclesiastici. Prima di ogni clamore o enfasi mediatica su fatti  ed episodi  che siano certificati,  della cautela di fronte ad  ogni accusato  fino a  sentenza passata in giudicato, occorre darsi una ratio per capire e reagire senza ipocrisie. O per rendersi conto di che cosa è in questione, una volta che il male è avvenuto ed il velo è caduto. Certo la dichiarazione della Conferenza episcopale italiana di voler collaborare con la Magistratura nella scoperta di preti pedofili rappresenta un cambiamento di rotta.

Al di  là delle tardive o meno e decise condanne e provvedimenti da parte del governo centrale o periferico della Chiesa cattolica romana, pur circoscrivendo i fatti a persone e luoghi determinati, appare ferita l’autorevolezza morale dei rappresentanti della chiesa ad opera di alcuni devianti.   Insieme alla definizione  dei fatti (peccato, malattia, crimine?) nei vari ambiti da parte dei responsabili ecclesiastici e conseguenti  provvedimenti ecclesiastici o civili, alla difesa del buon nome o meglio del cattivo nome  per l’organizzazione con il  nascondere  il malato in casa propria come in alcune subculture tradizionali per evitare pubblica riprovazione, è in questione un “modo di procedere”  e di prendere decisioni che ha prodotto questi risultati.  Se si vuole un sistema gerarchico di potere, una difesa ad ogni costo della facciata pur insozzata, che nel vortice mediatico ha trascinato a torto o a ragione preti e vescovi per omissione di denuncia, che richiama il modello canonico di  “società perfetta” che amministra la propria giustizia senza rendere conto a quella civile.

Unitamente  alle pubbliche condanne e ammissione di colpe consumate da parte di alcuni da parte dei responsabili ecclesiastici, è questa costruzione istituzionale e simbolica, questo modo di procedere,  che richiede una revisione coraggiosa e meditata per salvare la credibilità della stessa chiesa. La percezione è “qualcosa deve cambiare” dal punto di vista organizzativo negli stili di governo, senza voler ricorrere all’effato riconosciuto “ecclesia sempre reformanda” che ha connotati più profondi, e non va escluso in questa circostanza chiamando in causa per esempio la piena attuazione del Concilio Vaticano II. La chiesa come istituzione – al di là dell’aspetto misterico – è  certo una costruzione sociale con i suoi istituti per rispondere ai fini religiosi che la caratterizzano,  secondo le sensibilità dei tempi storici, e tali istituti  non sono intangibili se non per resistenze conservatrici e modelli consolidati. E’ forse necessaria all’interno della chiesa una maggiore circolarità nel prendere le decisioni, e quindi conciliarità, collegialità, coinvolgimento delle comunità cristiane in  tutte le loro componenti in presenza di una clericalizzazione di ritorno che offusca le prerogative del popolo di Dio, anche per evitare che tutte le responsabilità gravino su una sola persona che paga per tutto un sistema.

Si ha l’impressione che non  siano state comprese a sufficienza le specificità  delle  società della modernità, post modernità o meglio dell’informazione,  come dimostra in questo caso il ruolo di amplificazione dei media, con le loro  diverse istituzioni in un equilibro dei poteri per la riproduzione sociale. Senza gridare a complotti, cosa che ci è estranea ma anche non producente, riconoscendo il diritto delle vittime e dei loro familiari ad associarsi per chiedere giustizia e riparazione ed ai responsabili ecclesiastici chiamati in causa di difendersi,  ai mezzi di comunicazione di informare avendo verificato le fonti, non si può disconoscere che nelle società  sono operanti  interessi ed azioni  di gruppi e   lobby contro persone ed organizzazioni  che danno luogo a campagne mediatiche miranti ad infirmare  credibilità e responsabilità di responsabili politici o  ecclesiastici come in questa vicenda della pedofilia consumata da preti e religiosi.

Soffrendo per le piaghe circoscritte della chiesa di oggi in una vera e propria settimana di passione, sarebbe bello venerdì santo (come già fece cinque anni fa l’allora Cardinale J.   Ratzinger nella via crucis al Colosseo in riferimento alla “sporcizia” che imbruttiva il volto della chiesa), nelle celebrazioni locali da parte delle assemblee dei fedeli  riconoscere pubblicamente le brutture del corpo di Cristo (frammentazione, incomunicabilità ed indifferenza reciproca, emozionalismo e cultualismo senza opere,  divaricazione tra fede e vita,  clericalismo imperante e  riduzione dei laici a puri fruitori del sacro e così via)  senza gettare le pietre su gli altri,  perché rinasca una chiesa – popolo di Dio –  più pura nella comune condizione umana

 

 

 

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