Legalità o Giustizia

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Una messa a fuoco tecnica dei punti salienti del cosiddetto Decreto Sicurezza

di Antonio M. Cervo

“La mia vita di ogni giorno è preoccuparmi di ciò che ho intorno/sono sensibile e umano (…)./Ho dentro il cuore un affetto vero per (…) il mondo intero/ogni tragedia nazionale è il mio terreno/perché dovunque c’è sofferenza sento la voce della mia coscienza”.

A fare da eco a quanto Giorgio Gaber cantava nel 2001, saranno stati in tanti, soprattutto durante le ultime settimane, sospesi di fronte alla voce della propria coscienza incredula per ciò che è sotto i nostri occhi.

Il varo della legge 132/2018 (cd Decreto Sicurezza) ha suscitato paradossalmente più clamore nelle sue conseguenze che non nella sua promulgazione, dopo la “levata di scudi” di diversi sindaci che ne avrebbero sospeso l’applicazione.

In realtà, l’approvazione di questa normativa ha avuto un impatto notevole sul fenomeno migratorio, contribuendo più a creare nuovi fronti di scontro sul piano giuridico che a risolvere in modo razionale la già complessa gestione dell’immigrazione. Qui, purtroppo, complice involontario è stata – deve esser detto – un’ Europa ormai inerme, incapace negli anni di dare risposte credibili e condivise: sul suo assai precario stato di salute si aggirano adesso tanto coloro che ne vogliono curare le malattie, portandola verso una graduale guarigione, quanto gli avvoltoi, pronti già alle prossime elezioni europee del maggio 2019, a celebrarne le esequie.   Il marcato impianto sovranista del decreto, infatti, è figlio innanzitutto di una cooperazione europea mancata, che ha lasciato i Paesi mediterranei soli nell’affrontare un ciclo di migrazione enorme; ben presto, le criticità, che prima o poi sarebbero emerse, hanno rappresentato il lasciapassare per movimenti politici dalle … risposte sbrigative a problemi difficili!

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7 gennaio 2019 

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