Vicenda FIAT: una svolta ma di valori – di Domenico Pizzuti SJ

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 alt  foto tratta dalla rete

In riferimento al referendum sul contratto per i lavoratori della FIAT di Mirafiori sottoscritto da alcuni sindacati e conclusasi con la vittoria di stretta misura del sì che di fatto non  configura una vera maggioranza di approvazione del contratto da parte degli operai, sento di dover esprimere  alcune riflessioni da cittadino e credente per comprendere la posta in gioco o meglio i valori in gioco. Sono rimasto indignato per le dichiarazioni del Presidente del Consiglio che sosteneva  le ragioni di un’  impresa multinazionale anche a svantaggio del proprio paese per non dire dei lavoratori che fanno marciare la FIAT.

Da punto di vista dell’osservazione dei fatti, vengono  in evidenza sulla scena pubblica  la forza delle “voci” espresse  più volte dall’  Ad. della FIAT Marchionne  e dal Presidente del Consiglio sulle ragioni dell’impresa  per la  continuazione della sua attività produttiva in Italia a certe condizioni,  per assicurare gli standard produttivi di auto nel mercato mondiale. Chiaramente non solo nella comunicazione pubblica,  ma nel contesto più generale,  si manifestano in tal modo  cambiamenti di forza tra capitale multinazionale e lavoro non più locale, di cui bisogna prendere atto ci piaccia o meno da parte dei lavoratori  e delle loro organizzazioni per continuare a rappresentare e difendere le ragioni dei lavoratori come persone e non merce flessibile secondo le ragioni della produttività. Ma senza perdere il giro, si direbbe.

 

Non ignorando in maniera neutrale il contesto della globalizzazione economica in cui si collocano le stesse imprese a livello locale e la complessità  delle relazioni industriali  – che attualmente manifestano un evidente asimmetria in riferimento ai reali rapporti di forza esistenti – , e superando il piano non meramente tecnico o organizzativo   dell’ efficienza e produttività di un’ impresa,  ritengo che una buona volta si debbano mettere in campo i VALORI in gioco.  Sia dell’ impresa moderna che è  a servizio della produzione di beni e servizi per i bisogni degli uomini,  che dei lavoratori (Laborem exercens) come persone  o soggetti che prestano la loro opera per la produzione di beni e servizi per la collettività, cioè il lavoro umano.  Chiaramente il carattere strumentale appartiene alla complessa organizzazione dell’impresa e non ai soggetti lavorativi  che in alcun modo si possono considerare merce per il loro carattere personale. Pure Casini afferma che alla FIAT  non bisogna tirare la corda per chiedere sacrifici ai lavoratori. E’ Casini o Landini che parla? Ovviamente occorre una conoscenza attenta del contratto siglato da alcune  organizzazioni sindacali, al di là di sottolineature parziali o  strumentalizzazioni per serrare le file nella contesa con gli interessi o meglio  i valori in gioco.

In questa considerazione che non è astrattamente etica, ma costitutiva delle relazioni sociali nell’ambito economico, il primato va in tutti i casi alla considerazione, al rispetto e difesa  delle persone esercitanti il lavoro, cioè al lavoro umano in complesse relazioni industriali e sociali. Anche da parte delle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori, non nascondendosi  i reali rapporti di forza per ragioni di bandiera o di leadership,  non immutabili certo,  nel contesto di una globalizzazione da governare, non può essere abbandonata – a nostro avviso –  la rappresentanza dei lavoratori in  fabbrica e nella società con la trattativa e l’azione collettiva nelle sue molteplici forme per l’affermazione del lavoro umano nell’impresa. Altre forme di partecipazione e controllo dei lavoratori alla gestione dell’impresa sono certo da studiare per coniugare produttività e  tutela dei diritti.

Ci preme soprattutto   che da parte delle chiese e comunità  cristiane e dei loro movimenti – dopo un silenzio durato troppo  lungo   su vicende  che interessano  la vita quotidiana di uomini  e donne –   si elevi finalmente una voce  ed una riflessione per riaffermare, secondo il tradizionale insegnamento sociale della Chiesa sulla preminenza dl lavoro umano sul capitale anche nell’epoca della globalizzazione e dell’ impresa multinazionale, le ragioni  ed i ritmi del lavoro umano in un impresa che certo deve essere produttiva ma  non asservirlo  alle catene di produzione. In merito alle vicende delle relazioni industriali alla FIAT a torto o a ragione si è parlato  di una svolta storica,  che è tale se segna  un progresso di civilizzazione  per liberare la produzione  ed il lavoro umano, non può mancare l’apporto delle articolazioni sociali  della chiesa italiana e dei centri di studio e formazione con meditate riflessioni e approfondimenti da offrire nel dibattito sociale e culturale  e che possano  illuminare  la lotta tra valori ultimi nel senso weberiano  di lotta tra gli dei e il travaglio dei lavori umani. Anche se poi è da gestire la realtà penultima che non è esente da conflitti e compromessi.

Napoli, 16 gennaio 2011

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