L’intervento di p. Rolando Palazzeschi SJ al Consiglio Nazionale della CVX italiana, a Sassone (Roma)

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PAROLA,  ACCOGLIENZA  E  MISSIONE

La  Parola  genera  l’accoglienza  e la missio  (*)

 

La vita di ciascuno di noi si svolge per lo più in una società caratterizzata da ritmi vorticosi.

Siamo continuamente sottoposti, quasi bombardati da notizie, da avvenimenti, da idee, da interpretazioni,…che ci assediano, c’invadono, percuotono la nostra coscienza e quasi ci… logorano nella nostra capacità di reazione, di riflessione e di critica dei messaggi, delle suggestioni, delle manipolazioni che essi portano con sé.

Il tempo che poi sembra volare, l’orario che incalza, il lavoro che preme, il riposo che manca,…rendono ancora più difficile il fermarsi, il sostare, il pensare a noi stessi.

Questo rapidissimo, incalzante e spesso incontrollabile susseguirsi di eventi, di voci, di problemi,…creano intorno a noi una specie di annebbiamento, di offuscamento…

Vediamo senza vedere, udiamo senza ascoltare, ci muoviamo senza riflettere!

Si accettano slogan, modi di dire, comportamenti, credendo magari di essere moderni, nell’onda del tempo, mentre invece si è succubi, schiavi del tempo, e…immersi nella distrazione, nella dissipazione, come se vivessimo in una specie di sonno generale.

Ma il sonno è fabulazione – lo sappiamo – è produzione immaginaria di pensieri.  Durante il sonno le funzioni della ragione sono sospese, la nostra immaginazione si sgancia dai controlli della ragione e finge mondi immaginari, inconsistenti… e non percepisce l’imminenza e la gravità del pericolo.

Nella nostra vita collettiva avviene qualcosa di simile!

 

Chi ha qualche anno, potrà ricordare le  vertigini della società fascista, hitleriana, staliniana,… in cui i fatti della cronaca si presentavano con i caratteri dell’assolutezza, in cui la mentalità comune aveva il marchio della verità, in cui le interpretazioni ufficiali avevano il sigillo dell’infallibilità.

Dopo la guerra siamo rimasti a lungo “imbambolati” dal mito dello sviluppo: produrre, produrre, produrre… fino al brusco risveglio di stare distruggendo la terra;

e oggi la logica del profitto vive un altissimo sonno della ragione: globalizzazione, mercato, ogm…mentre le terre depredate, mandano a noi le loro avanguardie affamate.

Questo nostro vivere collettivo in una specie di penombra, non ci impedisce però, di avvertire una inquietudine di fondo, una insoddisfazione costante, una specie di malessere piuttosto comune, che si diffonde in un mondo che cambia con estrema rapidità, che ci fa sentire inutili e frustrati, con la sensazione di essere in balia degli eventi e di non poterli controllare.

Lo scenario mondiale è pieno di incognite!

Ma è soprattutto la percezione di vagare in un mondo frantumato e privo di certezze dove tutto si logora e si corrompe,… che aumenta il tasso di frustrazione, di vuoto, di noia, di insoddisfazione profonda, che per alcuni sfocia addirittura nel suicidio.

Nello stesso tempo, questa società, con questo carico di sentimenti depressivi, di tedio esistenziale, di senso doloroso della vanità della vita umana, ci impedisce di andare a fondo nella ricerca delle cause di questo stato di tristezza.

Ci toglie quasi la disponibilità ad entrare in noi stessi, di guardare dentro certi angoli oscuri, creandoci difficoltà a discendervi,… o per superficialità o per complicità o per paura.

Sembra anzi che questa società in cui viviamo, avvolgendo uomini e cose in una totale indifferenza, renda l’uomo incapace addirittura a porsi fondamentali domande di vita:  “Che senso ha la mia esistenza?  Che significato ha la mia presenza in questa città, in questa terra?  Che senso ha questa umanità, in mezzo alla quale mi trovo a vivere?

Sballottati come siamo dagli eventi, non abbiamo neanche il tempo o la voglia di farci queste domande, che pur sembrano così essenziali, per riempire quel vuoto esistenziale che provoca tanta insoddisfazione.

Ma già questo, è un segno che stiamo vivendo la nostra vita in quella specie di sonno collettivo che c’impedisce di confrontare ciò che si fa e si dice, con le ragioni profonde della nostra esistenza.

 

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E’ importante quindi, ogni tanto, fermarsi e cercare di difenderci da questo “invisibile logorio” rimettendo continuamente a fuoco la nostra vita di fede.

Anche noi possiamo adagiarci sulla grande menzogna di una civiltà che per essere intelligenti a livello dell’efficacia, misura l’esistenza quasi esclusivamente sui ritmi del tempo, trascurando completamente l’eternità, la quale  passa su di noi e non ci sfiora neanche più.

Stamani avete riflettuto sulla Parola di Dio, che, se vissuta nella concretezza dell’impegno, sveglia le coscienze e diventa sorgente di dinamismo creativo.

Per mettere a fuoco davvero la nostra vita di fede e dare alla Parola di Dio la forza dell’impegno in noi stessi, nel nostro apostolato e nella storia, abbiamo  bisogno di ritrovare coraggiosamente il confronto con Dio, nello spazio vuoto del Santo dei Santi, nel silenzio dei nostri tabernacoli, dove l’orologio del tempo non batta più, e batta piuttosto quello del cuore.

Ricordo ancora, dopo diversi anni, il congresso delle Acli del 2000, che iniziò a Milano e terminò a Bruxelles, dal titolo: “Osare il futuro”.

In una Messa, affollata di aclisti, l’anziano cardinale di Bruxelles, ci tenne una breve omelia, ma che profumò tutto il Congresso.

In questa omelia ci spiegò le tre caratteristiche che distinguevano noi credenti in Cristo, impegnati nella politica sociale, dai compagni comunisti impegnati anch’essi nel sociale:

1a: la preghiera;

2a: l’umiltà, senza la quale non è possibile pregare;

3a: servire Dio e non servirsi di Dio.

Le riserve contro la Preghiera, possono essere anche un riflesso ideologico di una cultura dominata dalla efficienza produttiva.

Ma forse la difficoltà moderna nei riguardi della preghiera, deriva dal fatto che  il discorso su di essa, è stato travisato in senso privato, intimistico, solo liturgico, o addirittura magico.

In tal caso, si producono tutte le storture che conosciamo bene e dalle quali il Signore ci ha messo in guardia:

–  invece di essere la zona gratuita dell’amore e dell’innamoramento col Cristo Gesù, la preghiera viene trasformata in una specie di assicurazione contro gli infortuni;

–  invece di essere l’apertura al mondo: “venga il Tuo Regno”, si riduce ad una chiusura in se stessi, in un “concentrato” di io, io, io;

–  invece di essere una pedana di lancio verso azioni apostoliche, diventa un tentativo di tappare i buchi di ciò che dovremmo fare noi;

–  ecc..ecc…

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 Ma non è mia intenzione fermarmi sulle qualità, modalità o purificazione della nostra Preghiera.

Vorrei però comunicarvi fraternamente una esperienza che da molti anni mi ha meravigliato sempre di più:  “I credenti in Cristo sottovalutano la forza della preghiera”.

E, purtroppo, questo si verifica anche a coloro che vivono in associazioni cattoliche…che riducono lo spazio della preghiera in un “mordi e fuggi” giornaliero o domenicale.

Eppure, l’esempio e le parole del nostro Maestro sono shoccanti!

Ha riempito le sue giornate e le sue notti di ore di preghiera.  Ha insistito tante volte nei suoi insegnamenti sulla preghiera.  E’ arrivato al punto di chiederci di pregare sempre, senza mai smettere  Ci ha espressamente detto che nella nostra “missione” di aiutanti nella costruzione del Regno di Dio, senza di Lui non possiamo far nulla;  non poco, ma nulla.

I suo figli, a Lui più vicini, hanno trascorso ore e ore di preghiera, ogni giorno, accanto ad attività apostoliche gigantesche, piene di efficacia umana e soprannaturale: s Francesco, Madre Teresa di Calcutta, le sue suorine, s. Ignazio, s. Teresa d’Avila…

Chi di voi crede alla verità delle apparizioni di Maria, a Medjugorje…non può non rimanere impressionato dalle centinaia e centinaia di messaggi che ripetono, come una ossessione, la raccomandazione di Nostra Madre: pregate, pregate, pregate…

Perché allora  –  mi sono domandato più volte  –  il mondo dei credenti  è sordo a questi ripetuti appelli?

Eppure rimaniamo attoniti di fronte agli abissi del male che la cronaca e la storia ci spalancano quotidianamente. Rimaniamo anche sconcertati, lì per lì, dall’evidenza satanica di tanto male, ma poi quell’obnubilamento di cui parlavo poco fa, lo attutisce in mille modi: opinabilità, relatività, si tratta di eccessi, ecc..

Non c’è quel soprassalto, quella presa di coscienza, quella conversione…di chi si accorge di avere in mano un mezzo valido, sicuro, tonificante,… che darebbe al nostro apostolato, alla nostra missione, una svolta impensata:  “Io sono con voi tutti i giorni- ci ha detto il Maestro – fino alla fine dei secoli.”

Ho pensato, quindi, di fermarmi un pochino sulla forza che la preghiera esercita nella missione che il il Signore ci ha affidato. Scelgo tre aspetti della nostra azione missionaria in cui mi sembra che la preghiera incida fortemente:

1.      la preghiera incide su noi apostoli;

2.      incide sul nostro apostolato diretto;

3.      incide sul cambiamento della società.

 

Anzitutto incide su noi stessi:

Quando preghiamo sul serio, usciamo dalla menzogna ed entiamo nella verità: la menzogna di essere qualcuno, al centro del mondo.

La preghiera  ci toglie le maschere, che ci mettiamo, specie nei momenti di successo.

E’  l’Eterno che illumina il nostro profondo e fa scaturire quell’umiltà che piace tanto al Signore, perché Egli… resiste ai superbi, ai vanitosi.   E una delle Sue resistenze, è l’insignificanza del nostro agire apostolico.

L’uomo che prega, si accorge presto che è Dio il soggetto che agisce, anche se non ci sostituisce.

Non solo, ma la Preghiera è l’esercizio principale della nostra fede;  ci rende presenti al mondo invisibile.

Senza di essa diventeremo presto analfabeti della fede, che ripetono, ma non parlano di Dio…e fa una certa impressione sentire da ripetuti mistici, che sarebbero molti i sacerdoti che non parlano di Dio.

Un’autentica esperienza di preghiera, ci trasforma nel più profondo del nostro carattere, che è spesso la causa di tanti fallimenti apostolici:  basta pensare a quante opere di apostolato sono finite per litigi interni, per incapacità a dialogare, a saper rinunciare ai propri punti di vista…

La Preghiera continua invece è quella che ci permette di superare i contrasti, gli scoraggiamenti, i lamenti, le inutili autocolpevolizzazioni, come le colpevolizzazioni degli altri, portando le nostre problematiche, le nostre polemiche, davanti a Colui che è il senso del nostro vivere.

E piano piano, quasi insensibilmente, la preghiera ci conduce  a vivere con sempre più coerenza con ciò che professiamo;  coerenza che è la più forte legge del pensiero e che per l’apostolo è la forza più decisiva nell’efficacia della sua missione.

Molti santi Padri sostengono che dalla qualità della dimensione umana, si può riconoscere la presenza della preghiera in un uomo o in una donna.

Jean Lafrance, un famoso direttore spirituale e apostolo francese, recentemente scomparso, sosteneva, per esempio, che la dolcezza era uno dei pochi sicuri criteri che potevano autenticare una vita di vera preghiera.  Se questa non ci rende più dolci, non siamo ancora mossi a sufficienza – diceva – dallo spirito di Dio.

E, infine, la preghiera ha una grande validità di liberazione nel nostro esistere quotidiano,… spesso racchiuso in perimetri ristretti, in luoghi comuni, meschini e banali;  ci scuote di dosso tanti limiti e confini, ci aiuta a prendere le misure di fronte a tutte le autorità e le camorre, e distrugge quella predisposizione all’ossequio, al servilismo, alla paura, che ci ha tanto danneggiato nelle storia: c’è un solo Signore…Non ci sono più signori…

 

2° La Preghiera incide nel nostro apostolato diretto con le persone.

La vera preghiera non permette la fuga dall’uomo.  Iawhè continua a interpellare l’orante:  “Dove è tuo fratello?”

E sappiamo che, per la Bibbia , il fratello non è tanto l’uomo illuministicamente inteso, né l’umanità in astratto, ma il povero, l’affamato, l’emarginato…

Se preghiamo, invece di operare, la Preghiera, non è preghiera cristiana, ma va incontro piuttosto alle nostre pigrizie, alle nostre inadempienze, alle nostre presunzioni di riempire i vuoti della nostra disumanità.

All’apostolo possono venir richieste molte attività, per rispondere adeguatamente alle esigenze dei tempi, delle categorie di persone, delle anime, ma l’opera delle opere è la Preghiera, perché senza di essa, realizzata nell’amore, non possiamo incidere in nulla.

Conosciamo S. Teresa del Bambino Gesù, una giovane di 24 anni, mai uscita per 9 anni dal suo Carmelo.  E’ stata proclamata patrona delle missioni, per la sua intensa vita di preghiera. E quando fu incaricata di educare le novizie, scrisse questa frase eloquente:  Quando si è lontani, sembra facile fare del bene, ma da vicino è come far risplendere il sole a mezzanotte”

Nella nostra vita spirituale come nella missione apostolica, credo che “pregare” sia la sola decisione essenziale da prendere e da mantenere.  E’ una risoluzione pratica, alla portata di tutti.  Non ha di originalità che la sua esclusività: non se  ne deve prendere altra…tanto essenziale!

Il che vuol dire che l’apostolo deve contare unicamente sulla grazia di Dio e sulla sua onnipotenza in amore.

 

La Preghiera incide anche nel cambiamento della società, nella trasformazione delle sue strutture ingiuste.

E’ necesario premettere che le azioni di trasformazione hanno bisogno di una componente importante di intelligenza, di sapienza politica e di uomini capaci.

L’incompetenza economica, politica, manageriale, in un mondo così complesso come il nostro, è più disastrosa talvolta della stessa malavita.

Ma salva questa evidente premessa, a me sembra chiaro che la preghiera, soprattutto quando è comunitaria, possiede una grande forza politica di trasformazione.

Anzitutto l’orante capisce presto che non può chiudersi in se stesso.  La presenza degli altri lo spinge a riconoscerli in tutto il loro valore, lo libera lentamente dai suoi interessi privati, e apre le fonti della più autentica comunicazione interpersonale.

La Preghiera è un atteggiamento essenzialmente liberatorio:

1.      ci colloca di fronte a noi stessi e ci fa percepire quanto siamo modellati sugli schemi dell’iniquità strutturata in sistema: schiavitù, soddisfazioni, ricchezza, sensualità, l’altro visto come oggetto;

La preghiera non copre, ma scopre la realtà e le menzogne istituzionali;

2.      colloca l’uomo davanti a Dio, al suo futuro assoluto, ad una realtà trascendente che       è il fine unico delle sue possibilità;

3.      denuncia come illegittima qualunque assolutizzazione di una realtà mondana, come il potere, la nazione, la razza, il piacere, il successo, la gloria;

4.      libera quindi da ogni idolatria, di persone e di cose, che è la peggiore delle schiavitù, compresa la catena della violenza legittima e della sua logica infernale;

5.      porta ad una riflessione sempre più critica dei meccanismi oppressivi, scoprendo il gioco alienante di conciliare gli antagonismi sociali e personali, che nascondono conflitti di classe;

6.      garantisce una capacità di reazione contro l’ideologia dominante, contro quell’obnubilamento di cui parlavamo al principio, perché fa vedere la realtà con gli occhi di Dio;

7.      stabilisce con l’Eterno un legame che impedisce la divisione nelle differenze, l’odio nella verità, l’integralismo nella fede e il fanatismo.

E quando poi, la preghiera comunitaria attinge il suo punto più alto e diventa celebrazione eucaristica, appare con maggiore chiarezza la sintesi tra contemplazione e prassi liberante.

Per più di 20 anni abbiamo celebrata la Messa in un garage a Pomigliano d’Arco, nelle forme di Eucarestia domestica, accanto alle grandi fabbriche dell’Alfasud, dell’Alfa Romeo e dell’Aeritalia.

In un clima di accese lotte sociali, l’Eucarestia appariva, a quegli operai che vi partecipavano, insieme alle loro famiglie, una memoria dei misteri di Gesù, stimolante  e compromettente:

  • era il ricordo di Chi ha vissuto in profonda sintonia con i i poveri e gli oppressi del suo tempo;
  • era il memoriale di una liberazione dalla schiavitù dei faraoni, voluta da Dio e guidata da Dio;
  • era la celebrazione dell’amore del Signore che vuole l’unione del suo popolo in una comunità senza divisione, distinzioni, differenze di classe, di privilegi;
  • era la commemorazione dell’assassinio del Signore, e spogliava, quindi, il potere del suo fascino, luccicante anche per la povera gente; e lo denudava nella sua perfidia, che non si era fermato,  neanche davanti al più innocente degli innocenti;
  • era la celebrazione della Resurrezione di Cristo, che mostrava come la vita di felicità, sarebbe prevalsa sempre sulle sofferenze e sulle morti, così frequenti tra i poveri;
  • era un riferimento continuo al pane e al vino, che prima di diventare Cristo, venivano macinati e torchiati, come le loro povere vite.

Questi temi, che ritornavano nelle nostre Eucarestie pomiglianesi, aprivano quella povera gente anche verso il sostegno e la partecipazione alle giuste rivendicazioni.

Era facile dedurre che come il Signore aveva dato la Sua vita per la nostra liberazione dalle forme oppressive del peccato, anche loro dovevano fare lo stesso,

per liberare gli altri e far diventare il loro corpo e il loro sangue, in qualche modo, ostie vive, per l’alimento di altre esistenze.

Nessuna meraviglia che una tale coscientizzazione,  non potesse piacere a chi, in diversi campi e per diverse ragioni, erano schierati  in maniera diversa nei confronti della classe operaia o di un certo ordine sociale, che non favoriva giustizia, uguaglianza e fraternità.

 

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Finisco con ancora qualche minuto, per chiarificare.

Al Dalai Lama, recentemente, fu rivolta da un giornalista questa domanda: “Santità, un uomo o una donna moderna, nel pieno delle loro attività di medici, di ingegneri, di docenti, di lavoratori… quanto tempo dovrebbero dedicare alla preghiera?”

Il Dalai Lama ci pensò un pochino e poi rispose: “Penso che 4 ore al giorno siano sufficienti.”

Il Dalai Lama, pur nella sua rispettabile santità, non è Nostro Signor Gesù Cristo, il quale ha detto invece di “pregare sempre”.

Una persona che non sia della CVX, potrebbe anche meravigliarsi di una simile affermazione di Gesù, ripetuta da s. Paolo e da tutti i santi.

Noi, per grazia del Signore, sappiamo quale è la strada per attuare la volontà sapiente del Signore.

Nella lunga riflessione su queste parole del Maestro, i Padri della vita spirituale distinguono due tempi particolari dell’orazione:  i tempi cosiddetti “fissi” e i tempi dell’intenzionalità.         Tutti e due questi tempi sono essenzialmente necessari, se si vuole raggiungere il pensiero, l’invito, l’ordine di Gesù di pregare sempre, di diventare cioè uomini di preghiera.

I tempi fissi sono quelli del “solus cum solo/a”, dell’intimità col Signore, dei silenziosi colloqui col Maestro, in cui Gesù è contemplato, meditato, in un rapporto di amore.

Ci sono molti modi per vivere questi essenziali tempi fissi, che voi certamente conoscete.  L’importante è non lasciarli mai, nella convinzione che con questa preghiera sta o cade il nostro lavoro apostolico, sta o cade la perseveranza nella fede e nella speranza e sapendo che questi tempi sono quelli che permettono il processo permanente di conversione a Dio, nella tensione dialettica tra la Sua grazia e la nostra libertà umana.

Le tentazioni di abbandonare questi “tempi fissi” saranno costanti, specialmente agli inizi.

Ricordate la parabola degli invitati al convito del Regno di Dio:  Gli invitati non sanno distinguere tra ciò che in quel momento era  importante e ciò che era necessario: era certo importante andare a vedere il podere comprato, controllare le 5 paia di buoi, stare con la moglie appena sposata,…(Lc14,15-24)…ma non era necessario come l’invito del Signore.

La durata di questo incontro “tète a tète” può essere anche breve all’inizio, ma deve crescere col tempo.

Non possiamo pretendere che questo “tempo fisso di preghiera” cresca,… se uno intende mantenere i tempi, gli orari, le attività che attualmente non gli permettono neanche di…respirare.   E’ necessario che piano piano si trovi e si elimini “il tempo vuoto o superfluo” delle nostre giornate, che normalmente è tanto!…

Ricordandoci…che la crescita della vita spirituale avviene normalmente sotto forma di scambio:

—  un giorno mi accorgo che posso fare a meno di quella trasmissione televisiva, ma non posso fare a meno di una lettura coinvolgente: scambio l’una con l’altra;

—  mi accorgo che posso fare a meno di mezz’ora di sonno, ma non di un’altra mezz’ora di preghiera: scambio l’una conl’altra;

—  mi accorgo che posso fare a meno di quella lunga riordinazione della casa, di quella conversazione un po’ salottiera, di quella minuziosa lettura del giornale,…ma non di una permanenza davanti al tabernacolo: scambio le faccende  con l’adorazione….

I tempi della intenzionalità poi consistono nell’offrire al Signore le nostre azioni giornaliere, aggiungendo all’intenzione umana che normalmente hanno, una intenzione di fede che vogliamo che esse abbiano.

Tutto ciò che noi siamo, che noi abbiamo, che noi facciamo, è dono di Dio. Si tratta di riconoscere questa donazione divina e offrirla al Signore col massimo di amore che noi possiamo immettergli.

Possiamo offrire tutto a Dio: le nostre attività, il nostro riposo ,la nostra miseria, le nostre gioie, le nostre sofferenze,…tutti quei giorni che ci sembra di avere sciupato…

Dio può trarre meraviglie anche dal più piccolo giocattolo che gli doniamo.

E’ l’applicazione di quello slogan che noi ci ripetiamo spesso: essere contemplativi nell’azione.

La mia esperienza però, come assistente di CVX, mi ha dimostrato che nella pratica, l’accento, è piuttosto forte  sull’azione, ma assai debole nella contemplazione.

Per essere contemplativi nell’azione, bisogna prima e innanzitutto diventare semplicemente contemplativi.

E come lo si diventa senza la preghiera del tempo fisso, senza l’appuntamento giornaliero con il Signore?

Uno degli allora giovani che hanno avuto, a Napoli, come assistente il p. Giampieri, mi ha raccontato un episodio simpatico.

Il p. Giampieri partecipò alla Congregazione generale della Compagnia di Gesù, quella  che poi elesse p. Arrupe come Generale.

Durante i dibattiti su vari argomenti, un Padre propose di abolire l’obbligo della meditazione quotidiana, che hanno i padri gesuiti.

Il ragionamento per sostenere  una tale proposta fu questo: il rapporto fra il gesuita e il Signore è come quello tra i coniugi; essi si amano, in quanto sono sempre insieme e anche quando non sono insieme, ciò che li unisce spiritualmente  è il loro amore.

P. Giampieri raccontava che chiese la parola e in latino (la lingua ufficiale della Congregazione!) disse sorridendo:  “Sed coniuges, nocte, conveniunt” = ma i coniugi di notte si uniscono!

Volendo dire che anche i comuni cristiani hanno bisogno di  momenti fissi d’intimità, di unione, perché cresca in loro l’amore al Signore e non si disperda nei vari altri amori della giornata.

Un alto funzionario del governo indiano, responsabile del recupero sociale dei lebbrosi, diceva a Madre Teresa di Calcutta e alle sue suore, che  aveva viste pregare: Noi e voi lavoriamo nella stessa opera sociale. Ma la differenza fra noi e voi è molto grande.  Noi lavoriamo per qualche cosa, voi lavorate per Qualcuno.

Questa intenzione di fede, che i maestri di spirito chiamano “retta” è quella che ci permette di realizzare quel “pregare senza mai smettere” a cui ci chiama il Signore:

1.      perché può diventare un richiamo continuo dell’Eterno Dio durante la nostra giornata.  Ci accorgeremo all’inizio quanti sono lunghi i tempi di assenza di Dio, di quanto “ateismo” sono fatte le nostre ore, quanti sono abbondanti i “i buchi neri” nei quali la Presenza di Dio non c’è;

2.      perché, se questa offerta, come normalmente avviene, sarà accompagnata da un atto di amore, essa raggiunge i vertici del gradimento da parte del Signore, che è disposto a tutto, quando trova anime che lo amano e che, quindi,  trasformerà quei piccoli flash di affetto, in meriti eterni per noi e in conversioni e salvezza per i fratelli;

3.      perché, almeno all’inizio, la Retta Intenzione, avrà una funzione di allarme sulla onestà dell’azione che stiamo per offrire.  Non possiamo offrire al Buon Dio una azione che sappiamo dispiacergli; ed anche quando l’azione si presenta ambigua, la R.I. è un richiamo al bisogno di rifletterci davanti al Signore nei ” tempi fissi” della preghiera;

4.      e infine, perché la R. I. ha anche un aspetto davvero consolante: in un tempo in cui il nostro apostolato registra tanti insuccessi, se noi l’abbiamo offerto al Signore nella sua preparazione e nel suo svolgimento, lo liberiamo da quelle scorie di vanità, di orgoglio, di meschinità, che lo potrebbero inquinare, e lo consegniamo interamente  nelle mani profumate di Colui che tutto può e che ama le anime molto più di noi.

Finisco con un forte pensiero di p. Carlo Rhaner: La nostra vocazione di Comunità Cristiana, c’invita e ci stimola ad essere uomini e donne di Dio, cioè uomini e donne di preghiera, abbastanza coraggiosi per gettarci in quel mistero di silenzio, che chiamiamo Dio, senza riceverne apparentemente altra risposta, se non la forza di continuare a credere, a sperare, ad amare,…e quindi a pregare.

Apparentemente però… perché il Signore non si lascia mai vincere in generosità.

 

 (*) intervento di P. Rolando Palazzeschi SJ al Consiglio Nazionale della CVX di Sassone. 8 Gennaio 2011.

 

 

 

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