SEPE ATTORE PUBBLICO O POLITICO? di Domenico Pizzuti

Non può passare inosservato il dinamismo del Card. Crescenzio Sepe sui problemi della città, non solo con l’iniziativa del Giubileo per dare una scossa alla città ed i dialoghi con la città nel periodo dell’Avvento, con iniziative non solo simboliche come la messa a disposizione delle chiese inutilizzate da ristrutturare per iniziative culturali su cui qualche perplessità è stata manifestata , e con l’inaugurazione del garage di via Morelli con l’accompagnamento della star israeliana Noa e la fanfara al seguito dell’Arma dei carabinieri, che ha dato occasione per alcuni messaggi etico-politico sulle garanzie delle candidature per le prossime elezioni amministrative.
Naturalmente l’Arcivescovo di Napoli si è premurato di precisare che non si occupa direttamente di elezioni e di politica, come pure della sorte della giunta Iervolino, ma i piedi nel piatto per così dire li ha messi con un certo tipo di affermazioni.

Al di là di singoli gesti ed affermazioni preme una precisa e consapevole riflessione sul significato che assume questa presenza nel contesto della grave ma non disperata situazione napoletana.
In primo luogo, il Card. Sepe si presenta ed agisce almeno come attore sulla scena pubblica, espressione cioè della società civile che comprende anche le comunità delle diverse confessioni religiose nella loro presenza sul territorio;
è quindi una presenza legittima ed opportuna per invitare anche ad una rettitudine nella prassi politica (Liste pulite, ha detto) per una rinascita auspicata della città.
Chiaramente è privilegiata una strategia comunicativa e mediatica, che attira consensi.
Una prima domanda si pone: a chi alla fin fine è rivolto il consenso, all’istituzione ecclesiastica o al suo rappresentante nella diocesi di Napoli?
Sono indubbie le qualità “politiche” del personaggio, come soggetto della vita della polis, e spesso ho detto che per la caratura umana il Card. Sepe equivaleva a tre ministri di un governo in carica o governatori regionali.
Bisogna altresì interrogarsi come è coinvolto il popolo dei fedeli, nelle sue diverse componenti, associazioni ed aggregazioni per una presenza attiva e responsabile ai problemi della città, incentivando una religiosità che superi la divaricazione tra religiosità o meglio fede e cultura, fede e società, fede e politica per la promozione del bene comune, auspicata dall’ultimo documento della Chiesa italiana .
In secondo luogo, questa presenza viene a toccare la sfera politica, e quindi nel suo ruolo il Nostro si può definire un attore “politico” dal punto vista etico-religioso, che non esime dalla concretezza di indicazioni, proposte e programmi.
Se ci si augura che nelle prossime elezioni amministrative ci sia chi possa rappresentare i valori etici e morali, i valori autentici di Napoli, a chi si pensa su un piano socio-politico?
A settori della borghesia napoletana paga dei suoi privilegi se non talora collusa, a settori delle professioni cooptate dai potenti di turno e talora in affari più o meno leciti, a componenti delle classi medie impoverite e preoccupate del futuro dei loro figli, agli strati popolari che faticano a vivere e sono aliene dalla politica?
Certo i partiti e la stessa società civile devono presentare e garantire con la partecipazione dei cittadini candidati senza ombre e soprattutto bisogna prestare attenzione alla prassi diffusa non certo etica del voto di scambio.
Dove si sono formati e preparati cittadini per il servizio nelle amministrazioni comunali e municipali, e quale contributo formativo sul piano culturale e morale hanno dato gli istituti e le aggregazioni di ispirazione cristiana?
In un precedente intervento dello scorso anno su questo giornale ci interrogavamo sul piano dell’istituzione ecclesiastica, ora abbiamo rivolto attenzione al suo ruolo pubblico in questa fase della vita cittadina per dare uno scossone che faccia uscire dall’immobilismo, che certo richiede un più ampio dibattito.
Una cosa è certa ed il contributo dell’Arcivescovo di Napoli è prezioso, la società napoletana ma non solo per ritrovare se stessa ha bisogno di quel processo che si chiama “Riforma” morale, come richiamato per il loro tempo da i rappresentanti del meridionalismo classico, ed evocato periodicamente nella storia per la chiesa.
La speranza non muore!

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