A 31 anni dall’assassinio di Mons. Romero

LA PASQUA DI OSCAR ARNULFO ROMERO

alt  fonte giovaniemissione.it

“Finché i contadini, e gli operai e i loro dirigenti non hanno sicurezza; finché il popolo viene sistematicamente assassinato dalle forze di repressione della giunta, io, che sono un semplice servitore del popolo, non ho nessun diritto di cercare misure di sicurezza.

Vi prego di non fraintendermi: non voglio morire, perché so che il popolo non lo vuole, ma non posso tutelare la mia vita come se fosse più importante della loro vita. La più importante è quella dei contadini, degli operai, delle organizzazioni popolari, dei militanti e dei dirigenti, ed essi muoiono tutti i giorni; ogni giorno ne trucidano venti, trenta, quaranta o più ancora. Come potrei adottare delle misure di sicurezza personale?

Sì, possono uccidermi; anzi, mi uccideranno, benchè alcuni pensino che sarebbe un grave errore politico; ma lo faranno ugualmente, perché pensano che il popolo sia insorto dietro le pressioni di un vescovo. Ma non è vero: il popolo è pienamente consapevole di chi sono i suoi nemici; e altrettanto conosce bene i propri bisogni e le alternative che si presentano.

Se uccidono me, resterà sempre il popolo ,il mio popolo. Un popolo non lo si può ammazzare.

(Oscar Arnulfo Romero, otto giorni prima del suo assassinio. Da una intervista rilasciata al domenicano spagnolo Juan Carmelo Garcia)

 

IL GOLGOTA


Quando la croce fu innalzata si fece un lungo silenzio. Erano tutti sconcertati per ciò che stava succedendo. Per gli amici di Gesù era la fine del mondo…Finiva tutto così? A questo tendevano tante speranze? La fede vacillava in tutti. L’avevano udito parlare di un trionfo finale, di una risurrezione: ma non riuscivano a capacitarsi. Quella croce per molti che avevano creduto in lui significava che il passato non era stato che un lungo sogno.

Negli anni precedenti avevano battagliato per giorni e giorni con le loro coscienze e, di tanto in tanto, erano riusciti a convincersi che Gesù era molto più che un uomo. Lo avevano seguito, avevano creduto nella sua parola e non riuscivano a capire e a immaginare il Cristo inchiodato nella croce. Non volevano credere ai loro occhi. Ma quel sangue che grondava dalla croce non era un sogno.


Nemmeno i suoi nemici riuscivano a capacitarsi. La verità è che, in fondo, li deludeva il fatto che tutto terminasse in quel modo così semplice. Avrebbero desiderato un finale più spettacolare. Ridevano di se stessi nel dover riconoscere di essere giunti ad aver paura di quell’uomo. Li aveva sconfitti tante volte, che avevano finito per idealizzarlo, per vedere in lui un certo non so che. Molte volte si erano chiesti: E se avesse ragione? E se fosse veramente un inviato da Dio e stesse, pertanto, al di là della vita e della morte? Ora tutto era chiaro. E si sentivano quasi scontenti di aver vinto tanto facilmente. Ormai erano cessati i prodigi. Eccolo là, ben fissato alla croce.


Gesù solleva un ultimo sguardo. Di fronte a lui la città per la quale ha pianto, gli uomini per i quali ha lottato, la terra sulla quale ha camminato. Ha la forza sufficiente per gridare: “Padre, nelle tue mani abbandono il mio spirito”. La testa si reclina. E muore.  La sua missione è compiuta.


COME GESU

Masse numerose di seguaci di Cristo furono crocifissi come lui. Lungo i secoli abbiamo visto  cadere molti uomini valorosi,  donne coraggiose e giovani amanti della vita e della giustizia: tutti, in diverse maniere e circostanze, furono profeti della verità.  Ma quel sangue sparso nel martirio riuscirà a rigenerare e far crescere l’albero della giustizia? Tutti trovarono nella croce la ragione per  lottare, “perdere la vita” e difendere la verità dei poveri, degli ultimi,  degli indifesi. Molti di loro furono stroncati da sanguinose torture. Altri si sono consumati lentamente fino a dare tutto nel servizio ai propri fratelli.. Tutti trovarono quella forza soprannaturale in quell’uomo-Dio  inchiodato nella croce.

Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, amava la vita, perché amava il suo popolo: “ Mai come adesso ho amato tanto la vita. Ho bisogno di un po’ più di tempo. E te lo dico onestamente: io non ho la vocazione di martire”, aveva confidato a Jorge Lara, suo amico, poche settimane prima del suo assassinio.

Quella domenica, 23 marzo, s’incontrò per l’ultima volta col suo popolo nella cattedrale. Dal tono della voce si notava che l’omelia stava volgendo ormai alla fine. Mons. Romero alzò nuovamente la voce e lanciò lo storico e coraggioso appello ai soldati “ Io vorrei lanciare un appello in modo speciale agli uomini dell’esercito, e in concreto alle basi della Guardia Nazionale, della polizia, delle caserme. Fratelli, che fate parte del nostro stesso popolo, voi uccidete i vostri stessi fratelli contadini! Mentre di fronte a un ordine di uccidere dato a un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice: Non uccidere !

Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio. Una legge immorale, nessuno è tenuto a osservarla. È ormai tempo che riprendiate la vostra coscienza e obbediate alla vostra coscienza piuttosto che alla legge del peccato. La Chiesa, sostenitrice dei diritti di Dio, della dignità umana, della persona, non può restarsene silenziosa davanti a tanto abominio(…) In nome di Dio, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono ogni giorno più tumultuosi fino al cielo, vi supplico, vi prego, vi ordino: basta con la repressione!”


Il giorno seguente, 24 marzo 1980, un pistolero al servizio di Roberto D’Aubuison, fondatore del partito ARENA,  gli sparò un proiettile blindato ed esplosivo, calibro 25. La pallottola gli  attraversò il cuore. Lo uccisero codardamente  nelle cappella di un piccolo ospedale mentre celebrava l’eucarestia con gli ammalati. Cadde ai piedi del crocifisso. Il suo sangue si mescolò col vino che stava offrendo proprio nel momento dell’offertorio. La notizia corse rapida per tutta l’America Latina. Nell’Amazzonia brasiliana un altro vescovo, Dom Pedro Dasaldàliga, l’ascolta e dal più intimo del suo cuore in lacrime e in nome di tutti, scrive la prima delle poesie dedicate a San Romero d’America: “…Povero pastore glorioso / assassinato a prezzo di dollari / di moneta straniera / come Gesù per ordine dell’Impero…”

Il popolo, il suo popolo, raccolse il corpo dell’amato pastore e lo pianse…come un figlio piange la morte del proprio padre. Seguirono otto giorni di lacrime, di lutto e di dolore. “I suoi figli- scrive Moisès Calles- vennero come poterono, con ogni mezzo, da tutto il paese, da ogni villaggio, da tutti gli angoli. Era un solo pianto e tutti facevano sentire i loro lamenti, i contadini e gli operai insieme alla gente ricca, perché a molti di questi ultimi egli aveva cambiato il cuore. Arrivavano anche bambini, molti bambini, che sapevano già chi avevano perduto”.


NON ABBIATE PAURA

Vedendo la nostra realtà ed il mondo di violenza, ci sembra di abitare in un posto infernale e senza possibilità di redenzione. Ci domandiamo: È servita a qualcosa la morte di Cristo? Vediamo popoli invasi da altre popoli più potenti, persone obbligate a tacere la verità, migliaia di Cristiani che continuano ad essere crocifissi come il loro maestro, e nuovamente ci domandiamo: È valsa la pena quel martirio, a che è servita la morte di Oscar A. Romero? La risposta l’aveva anticipata Gesù: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me.  Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio.  E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!»(Cf Gv 15 – 16)


La morte di Oscar Romero, come quello di Gesù –suo maestro- è stata ed è feconda. È servito e servirà come ispirazione e coraggio nella marcia verso la pace e la giustizia. Nessuna morte rimane sterile, se è preceduta da una vita di fede, di testimonianza e di servizio. La sua morte causa dolore e lacrime, ma la sua testimonianza ci porta ad amare la nostra vocazione e il nostro popolo. Un giorno tutto ciò che predicò diventerà realtà. Oscar Arnulfo Romero, dopo vent’anni dalla sua morte, continua a vivere nel mondo e nel popolo che egli amò e servì.

“Se mi uccideranno, aveva detto con fede Mons. Romero, risorgerò nel popolo salvadoregno”. La profezia di Romero, il vescovo fatto popolo, si è realizzata fino ad oggi. Finché continueranno ad esistere persone e cristiani come Oscar Romero l’umanità potrà sempre sperare e credere alla vita.


A cura di Teresino Serra

 


 

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