Continuiamo a raccogliere risonanze su Giovanni Paolo II. Una riflessione sulla sua dimensione di Papa Missionario.

Giovanni Paolo II un Papa MISSIONARIO APERTO AL MONDO

Con il conseguimento dell’unità d’Italia, definitivamente cancellato lo Stato della Chiesa con la presa di Porta Pia del 20 settembre 1870, i Papi dopo quella data rimasero “prigionieri” in Vaticano (è pur vero che durante la II Guerra Mondiale dopo il bombardamento al quartiere romano di San Lorenzo, Pio XII si recò sul posto per portare conforto alla popolazione, ma tranne questo tragico avvenimento non ci furono altre uscite dalla Santa Sede). Ruppe gli schemi Giovanni XXIII che in treno si recò ad Assisi e successivamente a Loreto; dopo di lui Paolo VI iniziò le visite non solo alle varie diocesi italiane ma in diverse nazioni del mondo toccando i cinque continenti. Dopo la breve parentesi di Papa Luciani, “l’irruzione” sulla scena mondiale di Giovanni Paolo II come pontefice, segnò una tappa fondamentale nei viaggi papali, basti dire che nei suoi ventisette anni di pontificato fece ben 104 viaggi fuori dall’Italia. Una cifra impressionante che per altro rivela l’ansia apostolica di Papa Wojtyla. Elevato al soglio pontificio nell’ottobre del 1978, Giovanni Paolo II compì il suo primo viaggio da Papa nel febbraio del ’79 visitando la Repubblica Domenicana, le Bahamas e il Messico, dove nella città di Puebla si stava realizzando la quarta Conferenza degli Episcopati latinoamericani. E’ opinione comune che quel viaggio segnò una svolta nella prospettiva di Papa Wojtyla, un Papa abituato a confrontarsi duramente con l’ideologia comunista in una nazione come la Polonia dove il cristianesimo era un baluardo di giustizia e di libertà. Egli dovette confrontarsi con una realtà completamente diversa dove i Vescovi latinoamericani gli fecero notare quanto le dittature militari di quel Sub Continente, opprimevano, torturavano e uccidevano persone innocenti motivando queste loro scelte come operazioni necessarie in difesa della così detta civiltà cristiana occidentale. Il Papa fu particolarmente scosso e pur restando piuttosto guardingo nei confronti della Teologia della Liberazione, fece propria la visione di una Chiesa apertamente schierata in difesa dei campesinos e degli oppressi. La sua “conversione” circa queste problematiche la si ebbe qualche tempo dopo quando visitando El Salvador, Papa Wojtyla volle andare a pregare sulla tomba di Monsignor Oscar Romero col quale aveva avuto delle incomprensioni non indifferenti, tant’è vero che sia l’Episcopato salvadoregno come le autorità militari avevano escluso una sua visita alla cattedrale dove era sepolto. In una cattedrale deserta, con le sole persone al seguito, Wojtyla volle entrare ad ogni costo e si inginocchiò con le braccia stese sulla tomba di Mons. Romero dove rimase per lunghi interminabili minuti in un sofferto momento di preghiera e di commozione sulla tomba di un martire ucciso per la sua tenacia in difesa dei poveri e degli oppressi mentre celebrava l’Eucaristia. Sempre in America Latina, fece sentire alta la sua voce quando in Bolivia un minatore piangendo si presentò a lui con una pentola vuota, e in Brasile quando un “menino da rua” ovvero un ragazzo di strada, sgattaiolando tra le maglie della sicurezza brasiliana, riuscì ad arrivare sul palco abbracciando Wojtyla con tutta la sua forza. In entrambe le occasioni, come in altri discorsi rivolti alla gente accorsa a sentirlo, il linguaggio di Giovanni Paolo II fu chiaramente impregnato di tutte quelle istanze di cui la Teologia della Liberazione si era fatta interprete. Specularmente si può dire che un identico processo era avvenuto in terra d’Africa quando Wojtyla si trovò di fronte al più sfruttato e depredato continente della storia umana; non esiste parrocchia in Africa ove non sia appesa ad una parete quella stupenda foto di Giovani Paolo II appoggiato allo stipite della porta di Gorè, l’isola di fronte a Dakar ove venivano ammassati gli schiavi catturati all’interno del Continente Nero per essere deportati nelle Americhe: milioni di esseri umani sulle soglie di quella porta venivano incatenati e imbarcati sulle navi negriere, un crimine inumano compiuto dalle cristianissime e cattolicissime potenze coloniali europee, di cui Wojtyla ebbe a dire: “Nessuna parola potrà mai cancellare questa ignominia”.

Anche per quanto riguarda l’Asia ci sono alcuni momenti particolari legati alle visite di Papa Wojtyla, quando in Armenia si inginocchiò di fronte al memoriale che ricorda il “Grande Male” ovvero l’eccidio perpetrato dai turchi sull’inerme popolazione cristiana, mentre Charles Aznavour, figlio della diaspora armena, cantava da par suo un lamento musicale della grande tradizione di quella terra, da far rabbrividire i presenti. La stessa emozione si provò quando Papa Wojtyla a Gerusalemme davanti al Muro del Pianto introdusse tra le fessure di quelle pietre millenarie un biglietto in cui veniva chiesto perdono agli ebrei, nostri fratelli maggiori nella fede, per le vessazioni subite da parte dei cristiani lungo i secoli.

Impossibile in un semplice articolo dar conto degli avvenimenti straordinari legati alle visite del Papa nelle nazioni da lui visitate, delle Giornate della Gioventù da lui convocate; in un certo modo si può dire che ogni suo viaggio non è stato un viaggio di routine, ma ad ognuno corrispondeva una lezione di vita che si aggiungeva al suo straordinario Magistero vissuto e dispiegato a livello planetario. Anche per ciò che riguarda i viaggi in Italia ci è caro ricordare la sua invettiva nella Valle dei Templi di Agrigento, contro gli uomini della mafia: non furono parole diplomatiche, quello che bisognava dire Wojtyla lo disse con chiarezza e anche con forza: Un esempio di predicazione più attuale che mai.

Don Mario Bandera

Direttore CMD Novara

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